venerdì 8 luglio 2011

La storia di Jordan Scott


Chiedevano tutti quella cosa, e dava fastidio. Dieci giorni in cui nessuna linea d'attacco poteva aprirti la strada valevano, per alcuni, più di quattro anni di grandi prestazioni e soprattutto di comportamenti da studente universitario, dunque saltuariamente sciocco, ma certamente non criminale.
L'istinto da Animal House era saltato fuori un sabato sera di dicembre del 2007, dopo una festa durata forse troppo. Jordan Scott non aveva sonno e al ritorno verso il collegio studentesco di Colgate University dove alloggiava entrò con un compagno di squadra in un altro edificio, la Russell House, che ospitava studentesse. I due, troppo allegri, cominciarono a percorrere i corridoi e dare piccole spinte alle porte delle camere. Dopo un po' ne trovarono una aperta, entrarono e nel buio cominciarono a rovistare in un cassetto. Ma la stanza non era vuota: c'erano due ragazze che al rumore si svegliarono e cominciarono a urlare. Scott e il compagno si resero conto subito - prima, evidentemente, lo spirito cazzeggiatore aveva avuto il sopravvento - di avere commesso una stupidaggine, ma era troppo tardi. Il giudice li condannò a 21 giorni di prigione e un anno di condizionale, riducendo però la sentenza a soli (?) 10 giorni da trascorrere non in un carcere ma in una sorta di riformatorio per ventenni, senza sbarre e con il semplice obbligo di residenza. Un'onta per un ragazzo come Scott che da quel momento dovette subire le prese in giro dei tifosi avversari e le insinuazioni dei soliti pavidi-anonimi sul web e si sentiva però così diverso dal personaggio che alcuni dipingevano: scriveva poesie e racconti brevi, stava lavorando al diploma in inglese con specializzazione in scienze umanistiche e aveva sempre detto di voler diventare qualcosa più di un "semplice" giocatore di football, perché «non voglio fermarmi a quello», parole dette al New York Times in un ritratto dell'ottobre 2008. Ritratto che, correttamente, poneva l'arresto e la morbida detenzione in un angolo e non come nucleo centrale dell'esistenza di Scott, fermo restando che la maggioranza delle persone, anche a 20 anni, non si fa indurre nelle stupidate in cui il ragazzo era cascato. Ma il NY Times si era interessato a lui per altro: cioé per le sue eccelse doti di giocatore, unite al buon carattere e agli interessi elevati in campo accademico, compresa quella "scrittura creativa" che è oggetto misterioso ma fonte di lucro, almeno in Italia, per laboratori serale con fighetti a insegnare e 40enni ad adorare. In campo però Scott passava dai ditirambi ai frontini, nel senso di stiff arm, il braccio teso con il quale il portatore di palla tiene lontano l'avversario che lo intende placcare: zero poesia, anzi una carnalità vigorosa che gli diede, con la maglia dei Raiders, statistiche mai viste. Letteralmente: dopo i rituali quattro anni, Scott uscì con 5621 yards, record assoluto per Colgate e quinto di tutti i tempi nella Ncaa; nel 2007 ebbe 1875 yards, primo assoluto nella Ncaa; ed ebbe otto partite con almeno 200 yards. Anche se il livello della competizione era un gradino al di sotto di quello dei grandi college, Scott aveva doti non incastrabili in localizzazioni gerarchiche: era un runner istintivo ma tosto, di quelli che all'arrivo del difensore provano con le cattive maniere di scrollarserlo di dosso, prima che con le buone. In più, come sottolineò il suo coach Dick Biddle, «nell'ultimo quarto di gioco rende più che nel primo, grazie anche alla perfetta preparazione fisica». Non rapidissimo (ma agile di gambe), non sgusciante, non eccellente nel riconoscere i pericoli quando restava a proteggere il quarterback sui lanci, aveva una fisicità tale che Biddle, dopo averlo visto all'opera nei primi allenamenti nel 2005, aveva pensato di spostarlo a linebacker, insomma in difesa. «E questa - disse poi il coach al Times strizzando l'occhio per l'imbarazzo - sì che sarebbe stata una grande idea!». Che però non fosse arrivato a Colgate con tanta pubblicità era vero. Cresciuto nella zona tra Washington e Baltimore, a 2 anni si era gravemente ustionato le mani poggiandole per sbaglio su un piano di cottura rovente, e per qualche settimana la madre Stacey Scott-Hill aveva temuto conseguenze gravi per l'uso degli arti. Tutto si era sistemato e Jordan a 7 anni aveva cominciato a giocare a football, trovandosi poi a 10 a dover... dimagrire per poter rientrare nella categoria di peso prevista per i suoi coetanei. Alla DeMatha High School di Hyattsville, nel Maryland, poco distante da casa, era stato ottimo sia come running back sia come linebacker, e stiamo parlando di un liceo tra i più rinomati degli Usa sia per il basket (il coach era il leggendario Morgan Wootten) sia per il football. La non esaltante velocità di base però gli aveva precluso offerte di borse di studio da parte di college di primo piano. Cincinnati e William&Mary, a lui graditi rispettivamente per solidità nel football e rilevanza accademica nelle materie umanistiche, prima prospettarono poi ritirarono la proposta, e tra le rimanenti, Georgetown (che nel basket conta molto e nel football conta poco) e Colgate, Jordan scelse la seconda perché più lontana da casa, situata anzi in una parte rurale dello stato di New York, e dunque adatta a chi voleva distanziarsi da amicizie potenzialmente pericolose, di quelle che restando nella zona in cui sei cresciuto non puoi troncare pena l'accusa di alto tradimento. La spinta fondamentale era venuta durante un camp per liceali svoltosi al campo della Maryland University: i Terrapins non erano interessati a lui ma lo era un assistente allenatore di Colgate che, dopo avere spiegato al ragazzo cosa volesse dire 'Gate Football gli fece l'offerta di borsa di studio. Tutta roba di seconda fila, però: al suo primo anno, Scott non figurava nemmeno nell'annuario della squadra perché si era dimenticato di compilare il modulo con i dati anagrafici e le curiosità che gli era stato spedito dall'ufficio stampa. In più, aveva iniziato come terzo running back e membro unicamente degli special team, importantissimi per ogni squadra ma luogo di dannazione per chi sente di valere di più. A metà della terza partita, contro Dartmouth, il titolare Steve Hansen e la sua riserva si fecero male e lo staff mandò in campo Scott, scegliendo come schema uno screen pass, quei passaggi corti nei quali si permette ai difensori di arrivare fino al quarterback che un attimo prima di essere placcato passa al running back che ha così la strada più aperta. Scott conquistò 8 yards ma fu placcato così duramente da finire con le gambe all'aria «tanto che finii su Youtube», disse poi all'Associated Press. La seconda volta che toccò la palla però si divorò 33 yards segnando un touchdown, senza più fermarsi, tra riconoscimenti individuali e record. Troppo lento per la Nfl, adesso è ai Warriors Bologna, con i quali nella regular season ha conquistato 1173 yards in 157 tentativi, una media di 7.5 a portata e 130.3 a gara. È anche lui uno dei motivi per cui i bolognesi possono concretamente sperare di allungare a 11 la serie di vittorie stagionali, e dunque aggiudicarsi lo scudetto: al gioco di lancio di Eric Marty si abbina il robusto gioco di corsa creato da Scott, 24 anni, e dai suoi bloccatori, e quando sei in vantaggio ti mangi anche parecchi minuti avvicinandoti a fine partita.
Ah, mancava una cosa, il nome del compagno di squadra che si intrufolò nella stanza del college con lui: David Morgan. Che lo scorso anno ha giocato a Catania. Ma tu guarda.