giovedì 13 ottobre 2011

La storia di Amid Arap


Di solito non pubblico contributi esterni. Scrivo tutto di mio pugno. Oggi faccio un'eccezione, per una storia che viene dai Dolphins Goes Ancora ed è riportata da un comunicato stampa della FIDAF, che ha fornito il testo - cui ho operato alcuni adattamenti - e le foto: quella di Amid Arap, a sinistra, e del presidente dei Dolphins Leonardo Lombardi.

Ancona Per anni è fuggito dai peggiori mali del mondo. Guerra, dittatura, fame e tanta povertà. Oggi invece fugge dai linebacker avversari per portare la palla ovale in end zone. Perché questo è il compito di ogni running back che si rispetti. E senza offesa per gli avversari, quando sei abituato a fuggire da simili mostri, evitare qualche elemento bardato di casco e maglietta  non è di certo un’impresa che può incutere paura.
Questa è la storia di Amid Arap, running back dei Dolphins Ancona Under 21, che appena diciassettenne vanta già un vissuto che la gran parte di noi non può nemmeno immaginarsi. Dimostrazione ne è che Amid non ricorda una data che sia una della sua storia e fatica a collocare tutte le sue vicissitudini in ordine temporale. Perché quando i tuoi unici obiettivi sono aiutare tuo padre a sfamare il resto della famiglia prima e a salvare la pelle poi, tutto il resto diventa superfluo. Anche il tempo. Anzi, soprattutto il tempo.
Amid, che compirà diciotto anni il primo gennaio, è nato nel martoriato Afghanistan nel 1994, pnella città di Kunduz (250.000 abitanti). Il ragazzo ha ricordi vaghi e confusi della sua terra natìa perché da piccolo, non appena iniziati i bombardamenti americani, i suoi genitori decisero di abbandonare tutto ciò che avevano e fuggire da qualche altra parte a rifarsi una vita. Il destino li portò così in Iran. Lì le cose, purtroppo, non andarono meglio, con Amid costretto a lavorare in giovanissima età pur di sostenere la famiglia in un clima di povertà permanente e mille limitazioni causate dal regime dittatoriale di Teheran. Così, ad un certo punto del 2007, Amid compie la scelta di giungere in Italia. Costi quel che costi. A qualsiasi prezzo e in cambio di qualsiasi sacrificio. Salutato e incoraggiato dalla famiglia a partire, Amid si mette in cammino inseguendo il proprio sogno.
Anzitutto con un viaggio infinito durato mesi e mesi, spesi per giungere dall’Iran alla Turchia. Il tutto a piedi. Un’impresa che solo ad immaginarla vengono la pelle d’oca prima e la stanchezza poi. Ma la determinazione e la voglia di libertà sono in grado di tirare fuori dalle persone speciali delle energie speciali. Così Amid riesce a giungere in Turchia. Qui, dopo essersi guadagnato due soldi ed aver conosciuto altri tre ragazzi prende la decisione di acquistare in società un vecchio gommone usato e quattro remi. Obiettivo: portare se ed i suoi amici in Grecia. Poi, da qui, ognuno per se. Sfidati mare e motovedette greche passandola liscia Arap giunge così in terra ellenica. L’Italia è dall’altra parte della costa ormai. Il più del suo progetto è fatto. Il sogno è lì. Ad un passo dall’essere coronato. Già, manca solo un passo. Ma come compierlo quest’ultimo passo? Come arrivare adesso in Italia? Col metodo più crudo, cinico, rischioso e per questo immediato di tutti. Nascondendosi sotto ad uno dei tanti tir che ogni giorno fanno la spola tra la Grecia e l’Italia. Imbucatosi sotto ad uno di quei bestioni, Arap inizia la sua ultima tappa verso la libertà.
Tutto ok alla dogana greca. Tutto ok il viaggio. E poi alla dogana di Ancona? Amid viene scovato dalla polizia. E quello che sembra la fine di un fantastico sogno è invece solo l’inizio della sua definitiva realizzazione. Gli agenti si accorgono che il clandestino è piccolissimo (siamo ormai nel 2008 quindi Amid ha quattordici anni) e segnalano il caso alle autorità competenti. Il giovane afghano viene così affidato ad una comunità di Cupramontana e nel mentre riesce ad ottenere il pass come rifugiato politico. La sua salvezza.
Amid non deve più fuggire da niente e da nessuno. Può tranquillamente restare in Italia. Il suo sogno è finalmente realizzato. Adesso però tocca iniziare a vivere. E chi più di Amid dovrebbe averne voglia? Il giovane a Cupramontana si ambienta subito. E’ sveglio, impara presto l’italiano e socializza con tutti. Nel mentre inizia a praticare rugby nelle giovanili di Jesi.
I mesi passano ed Amid si trasferisce ad Ancona per fare l’elettricista, ospite dello stesso titolare della ditta per cui lavora. Nella Dorica il ragazzo, tramite un’amica, scopre i Dolphins Ancona ed il football americano. E’ amore a prima vista. Nella prima del campionato Under 21, giocata contro i Neptunes Bologna, Arap ha realizzato anche un touchdown al debutto assoluto. Davvero niente male per un ragazzo alle prime armi.
La riconoscenza di Amid verso la società dorica sembra proprio non avere limiti “Posso solo dire – inizia a spiegare sfoggiando un ottimo italiano - che per me i Dolphins Goes Ancona sono un’autentica famiglia. Dirigenti e allenatori per primi e compagni poi mi hanno accolto come uno di loro sin dal primo momento, non facendomi affatto pesare il fatto di essere uno straniero. La mia famiglia – continua a spiegare Arap - è rimasta in Iran e ci sentiamo sporadicamente. Sogno di poterli rivedere. Ma devo dire che grazie al clima e all’affetto che mi da questa squadra il dolore per la loro lontananza è molto alleviato” E la città invece? “Mi sono trovato benissimo – spiega Amid - sia a Cupramontana che ad Ancona. Non sono mai stato vittima di episodi di razzismo, anzi. La città di Ancona mi ha accolto benissimo, ho come amici sia i compagni di squadra che non e ho anche una fantastica ragazza che mi vuole bene”. E per il futuro? “I miei sogni sono tre. Riuscire a mantenermi da solo, riuscire a portare in Italia la mia famiglia e sportivamente parlando, essere un giorno titolare in prima squadra”.
La storia di Amid Arap è solo il simbolo più evidente, vivo ed intenso della multietnicità che da sempre contraddistinguono i Dolphins Goes Ancona. Una società che tra giovanili e prima squadra al momento può contare anche su tre americani, un polacco, un ucraino, un ghanese, un senegalese, due romeni e tre tunisini.Problemi di integrazione? Zero. Di razzismo? Mai e poi mai che vi sia visto un solo episodio. Qual è il segreto di questo clima perfetto? “Il nostro segreto – spiega il presidente dei Dolphins Leonardo Lombardi - è quello di essere rispettosi delle culture e della specifica sensibilità di ciascun ragazzo. Inoltre – continua il presidente - evitiamo sempre per principio di tirare fuori discorsi nazionalistici, politici o religiosi, dato che sono i principali motivi di contrasto nel mondo, inoltre è abolito il termine extracomunitario. Per noi sono tutti giocatori di football. Punto e basta. I ragazzi vengono giudicati esclusivamente per come si comportano in campo e fuori, non ci importa del colore della loro pelle o di dove sono nati. Solo così possono entrare a far parte della nostra grande famiglia. Più complessivamente – conclude Lombardi - è per me motivo d’orgoglio sapere che molti ragazzi provenienti dall’estero si sono integrati nella città di Ancona grazie ai Dolphins”. Ma veramente non c’è mai stato un problema che sia uno? “Gli unici problemi – specifica Lombardi - derivano a volte dalla difficoltà a comunicare. Ma sono problemi minimi dato che il football, essendo uno sport americano, ha un ampio utilizzo di termini inglesi. Quindi molto spesso non lo capiscono nemmeno gli italiani. Alla peggio ci esprimiamo a segni e gesti. Insomma, sono davvero delle sottigliezze”.
Sono io – dice fiero Lombardi - che devo dire grazie loro. Perché spesso sono stati i ragazzi provenienti da altri paesi ad averci insegnato qualcosa. In fondo chi ha detto che la nostra cultura sia meglio della loro?”